Istituto di SomatoPsicoEnergetica

Sergio Scialanca

Sentire di comunicare: che cos’è la Comunicazione Energetica

Trascrizione del Seminario tenuto a Roma il 10 Maggio 2008-05-11

 

Buonasera. Siamo arrivata all’ultima di questa serie di conversazioni che l’IFeN ormai da quattro anni propone, nell’intento di far conoscere l’approccio della nostra Scuola.

Questa serie di incontri è stata quest’anno dedicata al “sentire”. C’è un libro del collega Giannini che si chiama appunto “Elogio del Sentire” ed è stato sostanzialmente scritto da lui sulla base di appunti dettatigli da Federico Navarro poco prima della sua morte.

In particolare, per quanto riguarda me, vi devo parlare, sotto questo aspetto, della “Comunicazione Energetica”, che è qualcosa che nasce dal mio libro “La Comunicazione Energetica” del 2001, scritto quando Federico Navarro era ancora in vita e nel quale postulavo l’ipotesi che, al di là della comunicazione nota e studiata ampiamente nelle varie Università sotto forma di Scienza della Comunicazione, potesse esistere una comunicazione incosciente, che si stabiliva tra le persone inconsapevolmente ed era di tipo puramente energetico.

Ora, quando parliamo di energia, sembra che parliamo di qualcosa con cui tutti hanno familiarità. Quando parliamo di somatopsicoenergetica cominciamo già a trovare qualche difficoltà. Il somatico, va bene, riguarda il nostro corpo con cui abbiamo una certa confidenza, anche se lo trattiamo un po’ come una macchina, per cui ogni tanto si rompe e bisogna portala dal meccanico ad aggiustare; quando parliamo di psiche più o meno sappiamo di che si tratta, avendo letto qualche rubrica sulle riviste oppure qualche libro che ci ha illuminati…, ma quando parliamo di energetico, non sappiamo più bene di cosa parliamo, perché l’energia con la quale siamo costantemente in contatto è forse la luce elettrica o il gas…, se poi parliamo di bio-energia, allora lì c’è una specie di black-out perché – come mi faceva notare un paziente che è anche un collega, esperto, ma di altra Scuola – quando si parla di energia, un conto è parlarne anche molto sapientemente, un altro è farne esperienza, perché solo allora veramente si capisce.

In effetti, la vegetoterapia carattero-analitica è una forma terapeutica che consente di entrare progressivamente in contatto con la percezione (quindi il “sentire”, che è argomento di questa conversazione) delle proprie correnti energetiche. Molte volte questa percezione è addirittura fonte di paura: ci sono delle persone che dichiarano attacchi di panico, che non sono tali se non nella formulazione classica oggi di moda, semplicemente perché sentono di essere attraversate da correnti energetiche che “io non posso controllare”. Quindi c’è una tematica del controllo, in questo caso; quando qualcosa sfugge al nostro controllo, allora ci spaventa. E questo apre tutta una serie di considerazioni su quello che noi effettivamente siamo.

Innanzitutto, bisogna dire che questa concezione del corpo come macchina, che nasce – soprattutto nella civiltà occidentale – dalla visione meccanicistica, è di per sé una modalità di pensiero scissa. Scissa vuol dire schizofrenica; perché se io mi sento in pezzi, sono schizofrenico. Se io penso che la mia psiche sia qualcosa di diverso dal mio corpo, vuol dire che non ho una percezione di me come unità. Quindi, sono due cose. Oltre tutto, con la pretesa che la mia mente possa controllare il mio corpo. Pretesa del tutto assurda perché la mente, in caso è organo della psiche e cioè di una serie di fattori emozionali, sensoriali e di memoria, di ricordi etc., che si configurano in una modalità complessiva che noi chiamiamo psiche e che tutti nascono dalle nostre percezioni corporee. Quindi, in caso, è il corpo che controlla la psiche, se proprio vogliamo parlare di controllo. Ma le cose non stanno effettivamente così, perché, come dico in “Somatopsicoenergetica”, alla base di tutto questo c’è una Energia. Una energia che Reich aveva pensato potesse essere un’energia di tipo specifico, un’energia biologica che avesse delle sue caratteristiche, ma che, oggettivamente, al momento attuale della ricerca e delle evoluzioni che ci sono state, può essere considerata comunque energia tout-court, senza aggiungere altri attributi.

Bene. Io dicevo in “La Comunicazione Energetica”, che, quando delle persone si incontrano, poiché ogni persona ha un suo campo energetico che, ad esempio e molto semplicemente (così ci capiamo prima di scendere nel dettaglio) è il calore che emettiamo: se poniamo una mano nelle vicinanza di qualcuno ne sentiamo il calore, cioè il campo energetico, almeno per quanto attiene alla forma energetica del calore. Se delle persone stanno insieme, questo calore in qualche modo si somma, cioè i campi energetici entrano in qualche modo in relazione e quella, quindi – volenti o nolenti – è una comunicazione. E ciò perché ognuno nel suo campo energetico porta delle caratteristiche specifiche ed individuali: se uno ha la febbre e si mette accanto a uno che sta morendo di freddo, si crea un’interazione di un certo tipo. Ognuno ha la propria caratteristica e la porta come contributo.

Questa era, nel 2001, una convinzione, ma ancora intuitiva. Tra l’altro mi sembrò all’epoca necessario introdurre il concetto del terzo. Perché, all’osservazione, ovunque si stabilisca una comunicazione energetica, poniamo tra due persone, è necessario che ci sia una zona franca, attraverso la quale questa interazione ha luogo. Faccio un esempio serio, anche se semplice: il feto e la madre nel cui grembo il feto sta crescendo, sono due persone in simbiosi; eppure la natura ha previsto che vi sia la placenta come mezzo di interscambio, un organo che viene creato appositamente per consentire l’interscambio bio-energetico. Si sa anche nella fisica subatomica che una particella composta da due quark di spin opposto non può permanere a lungo se non interviene un terzo quark il cui spin si lega agli altri due: allora solo la forma diventa stabile.

Con questo libro, dunque, avevo tracciato queste linee generali e avevo aggiunto, un po’ a macchia di leopardo, altre varie considerazioni provenienti da altri ambiti culturali, ma che mi sembravano adeguati al tema che stavo trattando. Quando il libro fu pronto, chiesi a Federico Navarro di farmene la prefazione; lui gentilmente accettò e la prefazione sottolineava il mio ottimismo. In privato, Federico mi disse: “Non sperare che questa cosa qualcuno riesca mai a capirla”. Ero ottimista perché speravo che qualcuno comprendesse…, ma – al di là di questo – io sono non so se sono ottimista o pessimista: io vado per la mia strada, e poi…

Però poi gli altri colleghi dell’IFeN, in particolare Antonio Girardi e Giuseppe Giannini trovarono la mia idea interessante e pensarono che si poteva mettere su un protocollo di ricerca per verificare se era giustificata. Per cui scelsero di valutare il rapporto terapeutico, inteso come rapporto tra terapeuta e paziente, per due motivi principali: innanzitutto perché la nostra è una Scuola di psicoterapia e quindi è interessata a questo aspetto, e poi perché il setting è un luogo protetto e quindi non c’è un’interazione possibile con altri elementi. La ricerca consisteva nell’eseguire una fotografia della bioradiazione, attraverso una Camera Kirlian, strumento diagnostico altrimenti noto come DEPT, Diagnosi Energetica dei Punti Terminali, prima e dopo l’incontro terapeutico – quindi a distanza di un’ora e mezza l’una dall’altra - , sia del paziente che del terapeuta. Le conclusioni di questa ricerca, alla quale partecipai anch’io sottoponendomi a questa verifica, sono quelle che vi leggo:

Risulta evidente che ci sono delle variazioni della bioradiazione, tanto nei terapeuti quanto nei pazienti, sia in termini quantitativi che qualitativi. Ma accade qualcosa che va oltre questo: l’onda di risonanza energetica che parte dalla zona di interazione tra i campi, e ritorna tanto ai campi dei terapeuti che dei pazienti, va ben oltre la semplice addizione dei campi; sembra avere una sua identità energetica individuale ed informa la bioradiazione dei primi due campi tendendo ad uniformarla in chiave somatopsichica.

In altre parole, quello che avevo intuito veniva verificato anche sperimentalmente. Per spiegarlo in parole povere, accade che, se io e Bruna decidiamo di andare a fare un picnic in campagna (porto un esempio simile anche nel libro) e io porto il pane, lei il prosciutto, poi facciamo dei panini, quello che mangiamo, io e Bruna, è un panino al prosciutto, che è cosa diversa sia dal pane che dal prosciutto. Ed è chiaro che il tipo di prosciutto che lei porterà, e il tipo di pane che io porterò determinerà una qualità diversa del panino, un sapore diverso, ma anche una qualità… organolettica del prodotto. Per cui ci nutriremo di quello che siamo riusciti a mettere insieme. E questo è molto importante per vari motivi: innanzitutto perché questo sgombra il campo dall’ipotesi che qualcuno possa energeticamente avere un’influenza positiva o negativa sull’altro; e poi perché ci dice che per stabilire una relazione durevole (ammesso che la desideriamo), abbiamo necessità non di riferirci all’altro, ma al campo d’interazione. Cioè, se io voglio modificare il mio rapporto con Bruna, non devo modificare il prosciutto, ma il panino, quindi il pane che io porto: questo cambia la qualità del panino e lei si nutrirà di un panino modificato da me, in base a quello che io ho portato.

Ora, questa cosetta semplice semplice, apre mondi veramente sconfinati. Perché ci si domanda: ok, sappiamo questo; allora – se vogliamo rimanere in ambito terapeutico – io terapeuta che voglio utilizzare la mia interazione di campo in termini terapeutici, e cioè per aiutare il paziente a fare il suo percorso dandogli un panino che non aveva mai assaggiato prima, ho bisogno di sapere bene, prima di tutto, qual è il campo del paziente, che tipo di vibrazione ha quel campo o – in altre parole – che tipo di prosciutto porta questa persona; in secondo luogo ho bisogno di sapere di quale tipo di panino questa persona ha bisogno nel suo progetto evolutivo; e in terzo luogo ho bisogno di una cosa di dimensione spropositate, cioè di un livello di coscienza, mio, di una capacità di vibrazione del mio campo energetico tale da poter scegliere quel è il tipo di mia vibrazione utile a quel tipo di relazione terapeutica. Il che è abbastanza mostruoso, ma è anche qualcosa che fa capire che cosa significhi essere terapeuti o non esserlo; fa capire che non ci sono formazioni accademiche adatte a fare di una persona un terapeuta in questi termini. Queste possono dare degli strumenti tecnici, applicativi; ma qualsiasi strumento tecnico è utile soltanto se supportato da questo tipo di interazione.

Ho letto recentemente una cosa curiosa: c’è una dottoressa, Jeanne Achterberg, dell’Istituto di Psicologia Transpersonale della California, che, come fanno gli psicologi, si è messa a fare delle statistiche (la psicologia, si sa, è una scienza statistica, non la psicologia del profondo che è altra cosa). Questa dottoressa ha voluto stabilire se ci fossero interazioni a distanza tra un terapeuta e i suoi pazienti. Ha preso dei guaritori, ha scelto degli sciamani, e delle persone, alcune loro pazienti, altre no, le ha messe in una stanza separata e ha chiesto a questi healer di inviare intenzioni di guarigione a questi pazienti. Si è riscontrato che ad ogni intenzione di guarigione inviata le persone rispondevano in termini elettroencefalografici con l’attivazione della corteccia prefrontale. Ma esclusivamente quelli che avevano un rapporto “affettivo” con il guaritore. Cioè quelli a cui il guaritore voleva bene. Gli altri non rispondevano affatto. Io sono convinto – al di là della banalità di questa ricerca – che così come lo spazio non è vuoto, c’è un etere, qualsiasi forma di aiuto che noi inviamo ad un’altra persona, in qualsiasi forma tecnica si presenti, debba essere supportata da una sorta di “etere”: cioè da un movimento energetico che noi comunemente chiamiamo amore, ma che è qualcosa di più raffinato che non l’amore per come lo sentiamo. Perché…, beh, qui si sarebbe un discorso da fare…, comunque, chi mi conosce sa che io parlo spesso del cosiddetto amore sensualmente arido, perchè mi riferisco al fatto che noi scambiamo spesso gli effetti per le cause, quindi quando ci sentiamo emozionati o ci batte il cuore perché incontriamo una persona che ci è particolarmente cara, noi chiamiamo quello: amore. Ma noi stiamo vedendo gli effetti di una energia che ci attraversa determinando quella modificazione del nostro sistema neurofisiologico. Diciamo: questa è un’emozione, ma nessuno si chiede da dove venga questa energia che ci attraversa! C’è una energia pura, non polarizzata, la quale attraversandoci si trasforma in qualcosa che può essere di volta in volta diversa a seconda dell’intenzione che in quel momento noi abbiamo. Quindi un sostegno d’amore in questo senso è effettivamente una specie di flusso energetico puro che viene immesso nel sistema costituito da paziente e terapeuta.

Però andiamo un pochino oltre questa considerazione, perché tutto questo riguarda l’aspetto puramente terapeutico; però noi siamo in interazione tra noi, anche in questo momento; qui, in questa sala, c’è tra tutti i presenti un’interazione energetica.

Quando parliamo di campo bioenergetico, cerchiamo di comprendere a cosa ci riferiamo. Prima di tutto, la realtà fisica, quella con la quale noi siamo in contatto, cioè questo tavolo, queste sedie, le persone che noi siamo, la signora che si muove laggiù, i libri etc., è descritta normalmente dalla fisica classica newtoniana, quella che conosciamo e con la quale siamo in contatto quotidiano quando mettiamo a cuocere qualcosa o mettiamo qualcosa in frigorifero etc. e vediamo applicate la varie leggi della fisica che abbiamo tutti studiato al liceo. Se però andiamo nell’infinitamente grande, nell’Universo, lì vigono delle leggi diverse, quelle descritte dalla relatività di Einstein nella forma ristretta e generale. Quando andiamo nell’infinitamente piccolo, cioè a livello subatomico, entriamo nel campo della fisica quantistica. Ora, sebbene questo non sia molto noto, questi tre sistemi di interpretazione del mondo fisico non sono compatibili tra loro. A seconda del piano di osservazione nel quale noi ci poniamo, funziona l’uno o l’altro, e accade che talvolta le leggi dell’uno siano in contraddizione con quelle dell’altro. Ma quando noi parliamo di campo bioenergetico, noi dobbiamo utilizzare necessariamente la visione della fisica quantistica, andando a livello subatomico, a meno di non accontentarci di dire quello che ho detto prima circa il calore che noi emaniamo. Sappiamo ormai che la materia non è che un’aggregazione di energia, sappiamo da Einstein che energia e materia sono in realtà la stessa cosa soltanto in due forme diverse e quindi possiamo dire di noi che siamo un aggregato di energia. Un momentaneo (rispetto alla durata della nostra vita) consolidamento dell’energia in una forma in cui la vibrazione delle particelle energetiche è tale da costituire materia. Quindi noi siamo tutta energia, sia per quanto riguarda il livello che chiamiamo psichico, sia per quanto riguarda il livello che chiamiamo corpo o corporeità. E siamo quindi un campo energetico quantistico.

Il campo energetico quantistico ha delle caratteristiche particolari. Dice Emilio Del Giudice, che è un fisico che si occupa di questo: “La teoria quantistica dei campi è la risposta più profonda finora storicamente proposta al problema dell’Uno e del Molteplice. L’Universo è descritto da un insieme di campi quantistici, ognuno dei quali si estende indefinitamente nello spazio e nel tempo. Mentre nella fisica classica il mondo fisico è concepito come un aggregato di oggetti, ognuno localizzato nello spazio e nel tempo, nella fisica quantistica ogni elemento fondamentale della realtà è coesteso con l’intero Universo, e possiede una Oneness (un’Unità) intrinseca che si manifesta tipicamente nell’aspetto ondulatorio del campo. Il campo quantistico ha infatti una duplice caratterizzazione: è un insieme di particelle – l’Autore dice di granuli, per semplicità – che forniscono l’intensità del campo, ma è anche governato da una fase, che definisce il modo di oscillare del campo, quindi la sua qualità.” Vi ricordo l’esempio del pane e del prosciutto. “Questa fase emerge spontaneamente dalla dinamica globale dell’insieme dei quanti.”

Per chi è un pochino più esperto di fisica, c’è poi il principio di indeterminazione di Heisenberg per cui, se noi osserviamo un qualsiasi campo quantistico, siccome noi siamo in interazione costante con quel campo, il fatto stesso di osservarlo lo modifica. Quello che noi vediamo, quindi, non è mai il campo quantistico reale, ma il campo modificato da noi nel momento in cui lo osserviamo. E l’osservazione sostanzialmente isola un elemento del campo dal tutto il contesto, ma questo è un puro inganno della mente, del nostro sistema di percezione delle cose. In realtà, non ci sono elementi isolati; ognuno di noi è in perenne e costante interazione (è così, non guardatemi con gli occhi spalancati) con tutti gli altri, quindi ogni nostro gesto determina una modificazione della Oneness, dell’Unità Universale (non nelle sua Essenza, ma nella sua manifestazione). Anche se non ce ne accorgiamo. Noi siamo in realtà immersi in questa interazione, noi siamo questa Cosa, ma non ne abbiamo coscienza. E ciò perché siamo fregati da una legge di Natura molto intelligente, che ci impedisce di fare danni. Questa legge consiste nel fatto che tutto ciò che si realizza in termini concreti, compreso il nostro corpo e noi nella nostra interezza, è duale. E’ fondato sulla dualizzazione dell’Energia non-polarizzata alla quale accennavo prima. Tant’è che noi tutti abbiamo due parti (sinistra/destra, due emisferi cerebrali, due polmoni, due ventricoli cardiaci, due ovaie o due testicoli); e anche il nostro pensiero è fondato sul confronto, abbiamo sempre bisogno di almeno due elementi per capire. Alla base di tutto c’è il fatto che per conoscere qualcosa, noi dobbiamo essere altro da quella cosa.

Al nostro comune livello di coscienza, io non posso conoscere te, se tu sei me. A meno che – siccome è vero che tu sei me – io non cerchi di conoscere te attraverso me. Ma qui entriamo in una zona abbastanza sottile, e delicata.

Per riagganciarmi a quello che dicevo prima circa i tre modi di vedere la realtà fisica, è chiaro che i fisici tutti, oggi come oggi, hanno il desiderio e la necessità di trovare delle leggi che siano valide in tutti e tre i campi (fisica classica, relatività e fisica quantistica). Cercano un Principio Unificante, la Legge che sta alla base di tutte le leggi. (Questo è molto divertente).

Ne hanno trovate diverse di strade e sembra che quella migliore, sulla quale parecchi si sono incamminati, sia la Teoria delle Stringhe, che ha avuto diverse formulazioni, per l’esattezza cinque, l’ultima delle quali si chiama M-teoria e prevede che non ci siano solo quattro dimensione (le tre spaziali e una temporale), ma ce ne siano ben undici di cui quattro cosiddette estese (cioè vivibili, percepibili), e sette compattificate, cioè nascoste in uno spazio che è una piega dell’estensione universale che si chiama spazio di Calabi-Yau dal nome degli scopritori. Ma è inutile che vada oltre. Non solo: questa teoria, che – ripeto – è unificante e permetterebbe di spiegare ogni cosa, afferma che quello in cui viviamo non è un Uni-verso, ma un Multi-verso. Ci sarebbero cioè diversi Universi coesistenti e in perenne interazione tra loro, probabilmente attraverso quelli che vengono chiamati Ponti di Einstein-Rosen, veri e propri tunnel attraverso i quali un Universo comunica con un altro e che possono venire identificati con in buchi neri. C’è un buco nero – diciamo – che assorbe tutto, anche la luce, ma dove finisce questo tutto? Siccome nell’Universo nulla si crea e nulla si distrugge, soprattutto l’informazione – è importante capire che non si tratta qui di oggetti, ma è l’informazione che non può essere distrutta – dove va a finire questa roba? Dall’altra parte del buco, che diventa un buco bianco. Per cui se un Universo ha un buco nero, tutta l’informazione che capita all’interno dell’orizzonte degli eventi – il margine oltre il quale tutto viene risucchiato – essa viene restituita ad un altro Universo, per cui esisterebbero Universi madri ed Universi figli, e – naturalmente – realtà parallele.

La Teoria delle Superstringhe, superando addirittura l’equivalenza onda-particella, è basata sul fatto che Tutto sia pura vibrazione. Ci sono degli elementi detti stringhe che vibrano in maniera tipica e differenziata, e si uniscono nelle loro vibrazioni in modo tale da creare un oggetto piuttosto che un altro. Così come in una orchestra d’archi, diversi suoni prodotti da diverse vibrazioni di diverse corde, fondendosi, creano diverse armonie. E siccome le possibilità di interazioni sono innumerevoli, infinite, questo mondo è estremamente variegato.

Allora: il signor Penrose, che è un fisico e un matematico tuttora vivente, ha detto: il problema ormai è solo uno, quello della Coscienza:

Occorre trovare il ruolo della fisica quantistica nei meccanismi della nostra attività cerebrale. Il luogo più probabile dove guardare sono i micro-tubuli presenti nei neuroni. Se presentassero una struttura di tipo cristallino sufficientemente piccola si potrebbe forse osservare un comportamento di tipo quantistico su larga scala.

In verità tutto si riduce a stabilire che cosa sia in termini fisici la Coscienza. E ha detto che la Coscienza è un evento che si manifesta in un campo quantistico, emergendo da una condizione di coerenza. Diciamolo in termini semplici… vi vedo un po’ annoiati. Non ci posso far niente, scusate.

Il fenomeno della coscienza è il seguente: secondo Penrose, nelle cellule neuronali ci sono dei microtubuli che appartengono alla struttura cellulare. Come già si sa per altri versi, ad esempio nel DNA con i mitocondri, queste strutture sono in vibrazione. Quindi ogni neurone nel cervello è un campo quantistico all’interno di un altro campo quantistico più vasto che è costituito dall’insieme di tutti i neuroni. Quando si manifesta una coerenza quantistica cioè il fatto che tutti i microtubuli cominciano a vibrare con la stessa frequenza, tutti insieme o nella maggior parte di loro, parte quella che viene definita un’onda solitonica. L’energia contenuta in questa vibrazione si moltiplica ed invade l’intero cervello, tutti i neuroni del cervello: allora appare la Coscienza.

I microtubuli sarebbero come fibre ottiche, capaci – come i superconduttori – di condurre informazione sotto forma di frequenze senza alcuna deformazione o perdita. Quando tali frequenze fossero coerenti, esse produrrebbero un fenomeno di superradianza: partirebbe – come uno tzunami – un’onda anomala, solitonica che coinvolgerebbe istantaneamente e contemporaneamente ogni circuiti neuronali cerebrale. Questo fenomeno, secondo Penrose, consentirebbe il passaggio da una fase pre-cosciente a una fase cosciente della durata di circa mezzo secondo (tempo ad esempio tra lo stimolo e l’azione motoria susseguente).

Quindi la Coscienza è l’emergere di una caratteristica del campo quantistico neuronale.

Detto questo, io ora dovrei aprire un’altra pagina, che però non so se vale la pena di aprire perché vi vedo provati. Comunque ve l’accenno, perché credo che sia importante. Magari approfondiremo in un prossimo incontro.

Quando la fisica si avvicina al problema della Coscienza considerandolo un problema fisico; quando la Coscienza, che è normalmente considerata un problema psicologico ricade nella fisica; quando la biologia è ormai diventata biofisica; quando alla fine la psicologia è diventata biofisica e la biofisica, Fisica– in questi termini qua, che sono puramente astratti perché non c’è la possibilità di sperimentare ad esempio la Teoria delle Superstringhe se non attraverso l’astrazione matematica - … quando dicevo avviene tutto questo è chiaro che tutto il sapere sta convergendo in un’unica Scienza, una Fisica di questo livello qua, che è quindi giusto chiamare Meta-fisica. Stiamo ineluttabilmente andando verso l’unificazione di tutte le scienze nella Metafisica.

La Metafisica è una scienza, una scienza!, che esiste da sempre. Tant’è che, letta in questa chiave, nella chiave di quanto vi ho detto finora, tutto quello che noi sappiamo oggi, Reich incluso, non è che l’emergere di antichissime conoscenze metafisiche in luoghi e in tempi adatti a fare in modo che l’Umanità abbia un certo grado di evoluzione, o proceda lungo un certo percorso.

Per cui, io mi interrogo su questo. La mia idea è che se si vuole spiegare tutto questo – c’è un capitolo in “Somatopsicoenergetica” dedicato alla “Fisica della Metafisica” – bisogna ricorrere alla Metafisica.

Dicevo prima con uno di voi, quando noi – voi lo sapete perché frequentate i reichiani, ci frequentate, o meglio li frequentate perché io dichiaro qui di non essere più reichiano, e lo faccio apertamente, perché l’essere reichiano è una cosa talmente antica nella mia visione, per cui riconosco a Reich tutti i suoi meriti e le potenzialità del suo pensiero che mi hanno portato sin qui, ma non mi definisco più reichiano perché oggi è assurdo – noi… ex reichiani parliamo spesso di nucleo energetico. Ora, provate a chiedere ad un reichiano: dove sta il nucleo energetico? Se vi sa rispondere, tanto di cappello. Capite? Questo è il fatto: la metafisica lo sa! Che cos’è in termini energetici l’Io? Dove sta? Che cos’è l’Essere? Cos’è la Coscienza? Sono tutte cose che – secondo me – va la pena chiedersi. Io ho fondato l’Istituto di Somatopsicoenergetica con l’intento di approfondire queste tematiche, perché io credo che lì l’Umanità stia andando. E per me, approfondire queste tematiche non significa fare speculazione, significa VIVERE! Nessuno sa – come diceva l’amico che citavo all’inizio – nessuno sa cos’è l’energia finché non la sente scorrere dentro di sé. E allora io dico che nessuno sa che cos’è il nucleo energetico finché non lo sente pulsare dentro di sé; nessuno sa cos’è l’Essenza finché non la sente pulsare in un certo posto dentro di sé. Se noi siamo parte della Oneness è chiaro che questo mondo, descritto, visibile, duale, ci sta stretto; perché evidentemente noi siamo questo, e siamo molto altro. Io ho interesse a scoprire che cos’è quest’Altro, per quanto mi riguarda.

Per tornare al tema della Coscienza, il punto è che ci sono diversi livelli di Coscienza. Quando una persona viene in terapia, molte volte il suo livello di coscienza è così basso (pur essendo quello medio) che non sente il battito del proprio cuore. Una persona come quella che citavo prima, che diceva che – attraversata da una corrente energetica – si sente di perdere il controllo e ne ha paura, ha quel livello di coscienza. Se ci pensate bene, è un livello di coscienza molto basso, eppure è quello del 99,99% delle persone. E noi a questo livello di coscienza viviamo, a questo livello di coscienza facciamo le nostre strutture sociali e politiche o creiamo le nostre relazioni interpersonali, i nostri amori, le nostre famiglie, facciamo figli etc.

Il livello di coscienza immediatamente successivo, che chi ha fatto vegetoterapia conosce, è quello di cominciare a percepire le proprie correnti energetiche e imparare a dar loro un senso, capirne il significato per sé; cominciare a riconoscerle come correnti energetiche che, in modo caratteristico, lo attraversano. Perché io sono diverso da te, e quella stessa energia (dal momento che siamo immersi in un mare energetico) produce in me delle cose, e in te altre. Questo ci rende diversi. Ma sul piano concreto, poiché l’Energia è la stessa, io e te siamo identici e – volenti o nolenti – siamo in interazione tra di noi. Non siamo mai nemici, tu non sei l’altro, non puoi essere l’altro: l’altro è sempre me! E questo è già un terzo livello di coscienza. Poi ce n’è uno ulteriore che ti fa dire… faccio una pausa.

La fisica sa che il mondo descritto dalla fisica stessa è fatto di energia/materia e che l’energia/materia che costituisce l’Universo a noi noto è il 5% dell’energia/materia presente effettivamente nell’Universo. Il 95% si chiama materia oscura ed energia oscura. Siccome – come ho detto – noi siamo nella Oneness, cioè in qualcosa che comprende sia questo 5% che questo altro 95%, e quindi siamo nel 100%, non possiamo vivere nel 5%! Abbiamo bisogno di un livello di coscienza che ci porti verso la materia e l’energia oscure. Ma lì, tra il mondo che la metafisica chiama rivelato, o manifestato e il mondo non-manifestato, o absconditus, che è quello in cui esistono la materia e l’energia oscure, c’è un passaggio. Questo passaggio è in realtà una specie di sigillo, perché noi siamo impediti, proprio per la forma della nostra coscienza e della nostra struttura bio-psico-energetica, ad arrivare a quel livello. Questo sarebbe un altro livello di coscienza. Tra questi due mondi, in effetti c’è quella che viene chiamata Essenza.

Io mi fermo qui perché mi scade il tagliando del parcheggio. Ma corro volentieri il rischio di prendere una multa se qualcuno di voi ha da dirmi delle cose. Capisco di essere stato eccessivamente compendioso, ma volevo darvi una mappatura delle cose di cui mi occupo. Chiunque abbia da dirmi anche i morti se desiderate, privatamente, lo può fare perché sono assolutamente disponibile. Potete scrivermi attraverso internet, potete leggere il sito www.somatopsicoenergetica.org o le cose che ho scritto… sono qui per qualsiasi vostra necessità di conoscere per essere.

Un’ultima cosa, vi dico. Coscienza = conoscenza. Fino a un certo punto. Perché la conoscenza richiede la dualità, eppure l’unico processo vero di conoscenza è nella compenetrazione tra conoscente e conosciuto. Quando c’è compenetrazione, non c’è più dualità. Quindi la coscienza al livello dell’essenza è identificazione con l’Unità. E’ conoscenza immediata e diretta. 

Supponiamo che in un momento qualsiasi di questo incontro si sia verificato un fenomeno di coerenza quantistica e che tutti quanti noi abbiamo cominciato a vibrare allo stesso modo; è partita un’onda che chissà dove è arrivata e di cui noi non ci siamo accorti. Tuttavia ciascuno di noi ne serba l’esperienza, che è in sostanza un’informazione. Il che vuol dire che il nostro campo energetico è stato in qualche modo modificato da una nuova forma. Supponete che questo sia avvenuto e immaginate – lo dico in particolare a chi fa i gruppi di somatopsicoenergetica – che questo avvenga ogni volta che fate un gruppo. Il che spiega anche perché non è il caso che qualcuno faccia quel lavoro da solo; non avrebbe senso, si tratta di trovare una coerenza.

 

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