Istituto di SomatoPsicoEnergetica

L’esperienza dell’Amore
Sergio Scialanca

...Abbiamo acquisito il concetto che la frizione e l’attrazione siano espressione dell’incontro degli opposti/complementari. Quindi siamo in possesso di tutti gli elementi per consentirci di indagare l’esperienza umana più profonda e fondante, cioè la sessuo-affettività, con i suoi contenuti attrattivi (erotici) e le sue potenzialità evolutive. E questo ci permetterà anche di spiegare come la Comunicazione Energetica possa integrare le conoscenze reichiane e navarriane e aspirare a qualcosa di più.

Il sistema percettivo dei viventi è fondato sulla sensorialità la quale, per sua natura, funziona sulla base della percezione delle differenze ed ha quindi bisogno, per attivarsi, di almeno due elementi confrontabili tra loro. Infatti uno stimolo raggiunge la percettibilità se è fornito di energia sufficiente per superare una certa “soglia”. Se percepiamo la sensazione dolorosa della bruciatura è perché la temperatura alla quale la nostra mano è stata sottoposta è ben superiore ai 37°, che essendo la temperatura corporea è percepita come “normale”.

Nell’esempio, la percezione è frutto di una sorta di confronto tra quanto è “normale” e quanto non lo è. Poiché è sulla base delle nostre percezioni che si va costruendo il nostro mondo interiore, la nostra memoria, il nostro comportamento, la nostra mente infine, ne deduciamo – come abbiamo già visto - che le nostre conoscenze mentali sono frutto del confronto tra almeno due fattori.

Siccome quello che consideriamo reale (materiale, naturale) è solo ciò che possiamo percepire, la realtà nella quale viviamo, e principalmente la Natura, deve essere fondata sul confronto. Non solo: il confronto deve poter far emergere una differenza e tale differenza (che rappresenta la qualità dell’esperienza) è data dalla re-azione ad una determinata azione. Se passeggiamo e tira una leggera brezza, noi la percepiamo molto più chiaramente se ci muoviamo in senso opposto al suo spirare: con il nostro andare produciamo una re-azione rispetto alla azione (direzione) del vento. A maggior ragione bisogna che il vento sia altro da noi. Se fossero due correnti di aria - per parlare dello stesso elemento diviso in due individualità con qualità opposte - ad incontrarsi opponendosi, ne nascerebbe una tromba d’aria, che sarebbe pure percepibile come fenomeno “naturale”.

La Natura è dunque costituita da innumerevoli intrecci di azioni-reazioni tra elementi continui e/o discontinui, diversi o simili. Se la Natura appare - che si tratti di una Creazione fisica o che si tratti una apparizione ai nostri sensi - essa può farlo perché vi è alla sua origine un Due, cioè una duplicità di qualità che entrano in contrasto reattivo tra loro. Prima del Due, la Natura non era. L’Uno, l’unità che tutto comprende è, in questo senso, ancora Increato. Esso deve scindersi perché il Creato abbia luogo.

L’Uno è dunque la Potenza, il Due consente l’Atto. Questa è una legge e tutto vi sottostà. La duplicità che possiamo riscontrare in ogni unità ne è la prova, a partire dal nostro corpo che, pur essendo unitario (tanto che lo percepiamo come Io) ha due mani, due piedi, due lobi cerebrali, due polmoni...e, negli organi singoli sempre due sono gli elementi che ne consentono l’azione (due ventricoli nel cuore, due lobi nel fegato...).

Tutto ciò è banale, basta l’osservazione a confermarcelo. Ma questa osservazione può portarci lontano.

Intanto la Natura procede lungo il suo percorso evolutivo riproducendo se stessa. Ciò significa che tutto si sta in ogni momento dispiegando a partire da un input iniziale costituito dall’apparire non della materia (che è già Creato), ma delle due funzioni primigenie in cui l’Uno si è non scisso, ma espresso; funzioni che a loro volta, fedeli alla legge, sono in potenza e devono diventare atto. Specie di “forme” organizzative che entrando in re-azione tra loro danno luogo al percepibile ed entrano con ciò nel regno materiale della Natura: il Maschile e il Femminile ne sono la prima manifestazione.

Ogni conoscenza può dunque essere solo frutto dell’esperienza della propria realtà conoscibile, cioè fondamentalmente del proprio corpo e del sistema di relazioni esistente tra esso e ciò che esso percepisce: tra il Sé e l’Altro da Sé.

Maschile e Femminile, in quanto funzioni assolute, in ultima analisi risultano ben più reali degli individui viventi, maschi e femmine, che ne sono il prodotto.

Maschile e Femminile nascono dall’energia primigenia indifferenziata, l’Uno, che non è androgino - sia chiaro - ma asessuato. La frase biblica “et fiat lux” richiama l’idea che la luce sia il prodotto della prima frizione creativa, una scintilla nata dalla negazione che l’energia primigenia fa di se stessa. Un sasso è un sasso, ma spaccandolo in due e sfregando l’una parte con l’altra, produce un scintilla. La luce che la scintilla produce, si contrappone all’oscurità che precede e segue il suo prodursi. Nascono, in questo modo i due principi di Luce ed Oscurità. Un terzo è già presente in potenza: è la relazione attrattiva tra i due principi, cioè la loro alternanza o la loro frizione, che essendo un movimento, è energia.

Così come la scintilla/luce rende evidente l’esistenza del suo complementare, l’oscurità, così ogni principio che si richiami a questa originaria divisione: Caldo chiama Freddo, Fuoco chiama Acqua, Aria chiama Terra. In altre parole, il Maschile chiama il Femminile (è da una metà - non costola - di Adamo che nasce Eva).

La nostra vita rispetta le leggi della Natura. L’embrione sessualmente indifferenziato, si sessualizza fisicamente nel feto, e poi nel bambino e nell’adolescente trova la coscienza della sua identità sessuale non solo biologica, ma anche elementare (relativa agli elementi). È un processo di progressiva liberazione dalle scorie, così come l’oro si estrae dalle viscere della terra mescolato a mille altri elementi e viene raffinato fino a diventare puramente ciò che è. Ma in realtà questa essenza è già compiuta! in quanto l’elemento assoluto è appunto necessariamente della stessa sostanza di quanto, all’origine, ha dovuto dividersi per manifestarsi. Per questo il processo di raffinazione dell’elemento è passato attraverso il continuo conflitto, per fasi in cui esso e ciò che ne impediva l’apparire erano così fortemente coesi da non sembrare divisibili: perché la divisione era necessaria all’individuazione, la dualità era necessaria all’apparire dell’Unità che in ognuno di esprime come scintilla vitale. Anche qui, perché la luce appaia, c’è bisogno di una oscurità che la neghi.

Sappiamo che, sebbene ci si sia sforzati, usando anche banali esempi, di essere chiari, a questo punto i processi mentali schematici si sono abbastanza negati l’un l’altro tanto da rendere il tutto quasi incomprensibile. Intanto, questo dimostra che lo schematismo mentale (scientifico e no) non consente di comprendere la Vita che, come il nostro discorso, si afferma e si nega in continuazione; e poi suggerisce che vi possano essere altri sistemi di comprensione delle cose che gli antichi definivano “intelligenza del cuore”. “Il tutto, costituito dunque come essere vivente completo, è un linguaggio che parla, ossia si esprime incessantemente nella funzione vivente, rappresentando il fondamento dell’Intelligenza del Cuore, ossia il fatto che resta in relazione con tutta la Natura e, di conseguenza, la CONOSCE.” (R.A. Schwaller de Lubicz).

Luisa Muraro dice: “…fuori dalla violenza, aperta e occulta, del potere, non c'è altro modo di cambiare le cose che essere disposti a cambiare se stessi ed il proprio rapporto con gli altri, il paradigma perenne di questa disponibilità essendo l'amore liberamente offerto e liberamente accettato. Dio altro non era che questo, nel Medioevo, per le donne e gli uomini che avevano l'intelligenza dell'amore.”

L’intelligenza dell’amore è per l’Autrice la rinuncia alla volontà (cfr Schopenhauer) a favore dell’abbandono consapevole al desiderio. L’amore è intelligente, nel senso che – come afferma Giuliana Conforto – esso è una energia organizzativa (identificata con la forza elettrodebole, che conosciamo) -; un tessuto connettivo. Ma, anche, è necessario affermare che esso è intelligenza, intelligenza del cuore, in quanto portatore di una conoscenza noetica, vale a dire improvvisamente intuitiva, dell’assoluto.

Come Bachelard ci fa notare, il desiderio di penetrare nelle profondità delle cose è infatti un anelito alla conoscenza. Noi troviamo estremamente afrodisiache[1] le sue parole : “La volontà di guardare dentro le cose rende la vista acuta e penetrante. Fa della visione una violenza, scopre la fenditura, l’incrinatura, la crepa attraverso la quale si può violare il segreto delle cose nascoste.” Questa spinta è, come detto, afrodisiaca. La vagina di una donna è la fenditura attraverso la quale penetrare il segreto delle sue cose nascoste.

Perché si realizzi la verità che “ogni conoscenza dell’intimità delle cose è immediatamente una poesia” occorre semplicemente che la donna consenta all’uomo di penetrare il proprio segreto, - segreto a lei stessa - perché egli se ne appropri e intanto lo renda sacralmente svelato attraverso l’inseminazione (la luce che illumina le tenebre) a colei che lo possiede per natura. Questo atto, di darsi reciprocamente la conoscenza, è il solo atto d’amore reale consentito nell’unione sessuale. Esso è perciò poetico e insieme noetico, in quanto la conoscenza della profondità è acquisibile attraverso la sensorialità e l’emozione che ad essa è energeticamente legata; non è istintuale, ma emozionale, né è razionale: è tutto ciò insieme, è intuitiva. Anche il fine riproduttivo in questa ottica appare secondario, sebbene il figlio che ne nascesse sarebbe allora il figlio della conoscenza. Ogni altra finalità dell’atto sessuale è destinato a lasciare un profondo senso di vuoto e ad assumere quegli aspetti nevrotici e nevrotizzanti che Reich ha potuto individuare come patologici. La violenza, ad esempio, nell’ottica che proponiamo, sarebbe solo la violenza del desiderio di conoscenza della profondità e si scioglierebbe nella gioia di vedere il desiderio condiviso.

La luce è frutto del contrasto. O, come amiamo sottolineare, il contrasto è una qualità dell’immagine che la rende visibile e con ciò, la rende reale. È dunque questo un processo di creazione, in quanto trasforma l’oscuro in visibile, l’increato in creato.

Ecco che possiamo allora tentare una lettura del rapporto amoroso in termini creativi. E se così è, se si tratta di un incontro che produce contrasto e crea, esso è sacro. Ad ogni rapporto sessuale che sia atto d’amore (non più esclusivamente per il partner, ma soprattutto per la creazione in sé), dovrebbe dunque corrispondere un impulso evolutivo sul piano della coscienza dei due amanti. L’uno diventa fattore evolutivo dell’altra, grazie all’amore. Senza il quale ogni atto sessuale non ha alcun senso. Lei diventa simbolo (immagine potenzialmente generatrice) di lui, e viceversa. Lei rimanda analogicamente a lui, e viceversa. Ma ciò che conta, nelle coscienze che si amano, è la scintilla che il loro contrasto amorevole determina.

Circa il fatto che sia l’amore privo di attributi - poi specializzatosi in afrodisiaco e infine in erotico - il veicolo primo della conoscenza in quanto evoluzione della coscienza da cogliere mediante l’intuizione, per cui Platone afferma “Eros sarà amante della Sapienza”, occorre dire che l’immortalità cui si riferisce non è tanto quella per cui “l’immagine femminile rivela l’aspetto complementare del maschile; entrambi i versanti si fondono, a livello mitico, nella perfezione dell’Androgino immortale... l’amplesso è fonte di conoscenza perché avvia il processo di identificazione, e questo, a sua volta, porta alla speranza dell’immortalità” (Schwartz), quanto la necessità di dar luogo all’unione tra corpo fisico e corpo di luce in entrambi gli amanti. I quali sono sessualmente identificati quali femmina e maschio e non perseguono l’unione con quanto è funzionalmente estraneo alla loro natura, ma il perfezionamento di quanto è specifico della propria natura funzionalmente identificata in un sesso. Infatti, aggiunge Schwartz, “l’amore non è la ricerca dell’altra metà, esso traduce piuttosto l’aspirazione alla totalità, che significa immortalità”. Totalità di se stessi in se stessi, che vuol dire appropriazione di quanto all’individuo (in-diviso) compete per sua natura, ma che deve essere raggiunto vivendo. Questo si attua attraverso l’attraversamento della materia femminile per venire di nuovo alla luce (illuminazione). Si tratta del mitologema di morte e rinascita, ma va sottolineato come l’illuminazione sia un fatto improvviso ed estatico (salto qunatico), cioè non prodotto della mente, ma intuizione profonda del cuore.

Fecondazione e Inseminazione

Occorre distinguere il concetto di fecondazione da quello di inseminazione. Mentre il primo riguarda la procreazione, il secondo può farne a meno. Il dono del seme maschile all’interno del corpo femminile è un gesto di restituzione del dono dell’accoglienza e intanto una presa di possesso quasi “territoriale”.

Non si parla mai del vissuto maschile dell’eiaculazione nella chiave intimamente esoterica di questa esperienza. Ogni inseminazione è infatti profondamente gettare un seme fecondo nella terra femminile; e il germogliare di questo seme, se è figlio di carne a volte, è talvolta figlio di spirito, lo spirito femminile. Esso viene vivificato dal seme maschile è può esercitare in tal modo la sua potenza nel mondo circostante. Intanto il maschile ne viene amplificato e in qualche modo esso così si appalesa nel mondo.

L’incarnazione dello spirito virile è nell’inseminazione dello spirito femminile. Non si tratta di orgasmo (non solo) ma di sacralità dell’evento amoroso. Non si spiegherebbe altrimenti la funzione della ierodula, sacerdotessa della Dea Madre: è un farsi tramite dello spirito femminile della dea (dono all’uomo di questo spirito) e intanto ricezione del seme per perpetuare la propria fecondità.

Non si parla mai dell’intima esperienza femminile di ricevere il seme, né lo faremo noi che, essendo uomini, non oseremmo interpretarla. Ma ci ha qualche volta sorpresi il senso di frustrazione che coglie le donne il cui uomo, durante un atto sessuale, non ha donato loro il suo seme.  Oltre l’interpretazione psicologica di questo vissuto, vi è quella... esoterica: non sono riuscita a farmi inseminare, quest’atto non è servito a nulla! La cosa va oltre il desiderio amorevole di dare piacere al compagno, suscita il sentimento dell’impotenza. E, con qualche ragionevolezza, la rabbia per non aver ricevuto ciò che è suo!

L’atto amoroso che avesse consapevolezza funzionale e che dunque inducesse i due attori ad assumerne la responsabilità vitale, conterrebbe il piacere non fine a se stesso, ma quello di essere vettore di trame evolutive ben più ampie; amplificazione questa del piacere verso le sfere che altrove abbiamo chiamate estatiche.

L’atto sessuale non finalizzato alla procreazione, ritenuto dal cattolicesimo peccaminoso, lo diventa perché corre il rischio di essere finalizzato al piacere.

Ora, quantunque Reich e altri trovino che l’attrazione erotica sia proprio la ricerca del piacere, ci permettiamo di formulare l’ipotesi che invece, in ogni atto sessuale, avvenga una inseminazione fecondante, se non del grembo femminile, dello spirito del femminile assoluto.

Dimenticata questa possibilità, l’orgasmo è il fine e la fine dell’atto ed esso acquista, come fa di fatto purtroppo, il senso della realizzazione del proprio egoistico piacere (restando la famosa tristezza postcoitale). Il che impoverisce il valore della relazione e induce ai comportamenti sadici e masochistici.

Quando una coppia fa l’amore desiderando un figlio, in genere l’atto sessuale contiene una tenerezza diversa, un amore proiettato verso il probabile frutto di quell’unione e l’intenzione di entrambi si concentra su questo desiderio vitale che è, anche, desiderio di immortalità. Il mistero della procreazione viene vissuto nelle profondità psichiche  di entrambi e donna e uomo si fanno responsabili della propria potenza procreatrice; la sacralità insita nel loro reciproco donarsi appare chiara e spontanea. L’orgasmo è allora denso di significati emozionali e protrae il proprio effetto psichico nel cuore, nell’anima, dei due. Ora, basta cogliere come ogni atto abbia questa possibilità indipendentemente dalla fecondazione biologica, per fare di ogni incontro un atto sacro. E sciogliere il nodo cattolico: che ogni atto sessuale sia non procreativo, ma creativo, e sarà sacro.

Potremo comprendere allora come la frizione erotica sia forse sì un inganno biologico, come sostiene Schopenhauer, ma al fine non della procreazione - che diventa incidentale -, ma della creazione, intesa come dispiegarsi di forze sottili, che oseremmo definire pre-biologiche, in quanto attinenti agli eventi energetici, al progetto. Qualcosa che tende universalmente, attraverso la frizione, a stabilire un’armonia formale, (armonia della forma). L’aspetto biologico susseguente - la procreazione - si inserirebbe allora in una forma armonica e il prodotto ne sarebbe un figlio armonioso.

Il che è assolutamente nel filone della ricerca post-reichiana, che tanto si occupa, in chiave preventiva, dell’armonizzazione delle energie della copia gestante e pre-gestante.

Naturalmente stiamo parlando di assoluti. Virilità e Femminilità assoluti. Abbandonarsi a un orgasmo genitale, con l’esperienza soggettiva di perdita dell’individualità, è forse non l’esperienza di ricongiungerci all’energia cosmica, quanto quella di ricongiungersi alla propria identità sessuale assoluta; cioè alla forma progettuale, funzione, del maschile e del femminile. Ciò è possibile se non ci siano blocchi energetici a impedircelo epperò se si ha la consapevolezza di una appartenenza individuale a una funzione cosmica.

In questo senso, vi è nella omosessualità una specie di anelito a liberare l’atto sessuale dalla sua necessità procreatrice  (e qui il pensiero cattolico dovrà farsi cosciente di quale sia la sua responsabilità) per renderlo creativo, libero altresì da moralismi. Ma gli attori di un rapporto omosessuale dovranno drammaticamente vivere la propria adesione ad un assoluto che biologicamente è altrui, privandosi del piacere di essere assolutamente ciò che si è.

L’uomo e la donna sono, socialmente, esseri relativi. Che aspirano - ahimé non sempre consapevolmente - all’assoluto. Senza negare i valori sociali, occorre dire che le esperienze con maggiore contenuto emozionale e quindi con maggiore potenzialità evolutiva, sono quelle legate all’intimità biologica e affettiva, cioè alla sessualità.

Questo è stato con chiarezza espresso da Reich: una prospettiva di socialità funzionale dipende dall’individuale realizzazione della potenza orgastica e dall’acquisizione del carattere genitale che la esprime, con la conseguente capacità di autoregolamentazione. Se negli anni venti questo era vero, agli albori del terzo millennio questa verità si è, a nostro parere, estesa.

L’aspirazione degli esseri umani all’assoluto è diventata prepotente e per quanto in molti casi sia ancora incosciente (nel senso navarriano del termine, cioè legata nei blocchi energetico-muscolari sciogliendo i quali essa apparirebbe), tende ad avere una pregnanza prima sconosciuta.

Ciò che era fine, in vista di fini più elevati o ampi, diventa mezzo.

Se la realizzazione del riflesso orgastico era, ottanta anni fa, condizione di libertà, è oggi il primo necessario passo per una liberazione a venire che consiste nell’assunzione della responsabilità di esistere “a qualche scopo”, solo scoprendo il quale si può raggiungere lo stato intimo di realizzazione come esperienza psichica.


[1] La tonalità afrodisiaca dell’amore, corrisponde all’aspetto fondante di “mer”.

 

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DATA DI CREAZIONE 18 SETTEMBRE 2007 - TUTTI DIRITTI RISERVATI A SERGIO SCIALANCA