Istituto di SomatoPsicoEnergetica

Il piacere post-reichiano
Sergio Scialanca
(
Vertici, 16-02-2004)

 

Vedo con piacere che da qualche tempo, nel mondo della psicologia, ci si torna a interessare a Wilhelm Reich. Da psicologo post-reichiano (e sottolineo post), percepisco che questo rinnovato interesse è legato a una rinascita di altri interessi culturali più ampli. Mi preme precisare subito che Reich va vissuto ed esperito; non può essere pienamente compreso attraverso uno studio anche attento delle sue teorie, alcune delle quali possono risultare piuttosto ostiche se non bizzarre a una mente scientista. Reich va vissuto nelle due forme possibili del fare esperienza della sua metodologia come utente (un viaggio all'interno della propria unità soma-psichè – ma dire unità basterebbe), e come professionista psicologo o psicoterapeuta (la qual cosa prevede di esserne stato lungamente utente), per sorprendersene.

Reich era un medico e riteneva che per applicare la vegetoterapia carattero-analitica, occorresse essere medici.

Lo psicologo che si avvicini a Reich deve tener conto di questo: è stato necessario allo psicologo individuare la propria strada alle conoscenze reichiane. Credo che questo abbia fatto fare un salto evolutivo al complesso di queste conoscenze. Lo si vede ancor oggi, nel modo diverso di intendere la vegetoterapia quando ad applicarla sia un medico o uno psicologo, anche all'interno della stessa Scuola. Il taglio medico troverà costanti agganci e rimandi con l'anatomia e la fisiologia, e scoprirà ad esempio – come ha fatto Antonio A. Girardi – le sorprendenti corrispondenze con la Medicina Tradizionale Cinese. Lo psicologo avrà una maggiore attenzione agli aspetti esistenziali e socio-culturali, pur non perdendo di vista – sullo sfondo - quelli neuropsicologici e neurovegetativi in particolare. Il tutto applicando la stessa metodologia. Le implicazioni di essa sono sorprendenti – dicevo - anche per i più esperti, una volta che vengano filtrate da un essere umano. E poiché ognuno è unico, ogni esperienza della metodologia reichiana è unica e offre profondissimi spunti di riflessione. Riflessione alla quale periodicamente, nelle pause, mi immergo. Ogni pausa è incinta di una rivelazione.

Oggi è possibile rivisitare Reich in una chiave abbastanza singolare, assumendo un punto di vista di scorcio, piuttosto che di panorama, cioè quella della funzione dell'orgasmo. Sebbene l'opera omonima sia considerata centrale nella sua bibliografia e sebbene sia senz'altro la più nota, essa costituisce solo l'inizio di una ricerca che lo condusse alla scoperta (forse ri-scoperta…) dell'energia orgonica, che costituisce il fulcro del suo sistema di conoscenza.

Ebbene, l'aver posto l'esperienza orgastica al centro dell'esperienza umana fu – e cominciamo a comprenderlo meglio ora – la restituzione a una dignità sacrale dell'amore sessuale.

L'orgasmo, come lo percepisce Reich, è una esperienza estatica ed è il mezzo attraverso il quale l'essere umano accede alla totalità. E', in altre parole, quelle che oggi possiamo permetterci una volta liberi dalle eccessive ideoligizzazioni che legarono Reich al nascente comunismo reale – che pure lo espulse, una ierogamia. Cioè un rito pagano, ove pagano significa religione della natura, e riappropiazione del valore e della funzione della grande dea, ovvero dell'altra metà del cielo. Restituzione dunque al regno dell'umano di una vasta zona della spiritualità che sembrava appartenere esclusivamente al divino e a chi ne faceva le veci.

Dunque a Reich va dato il merito – non saprei quanto involontario, il dubbio mi macera – di aver ricondotto all'uomo la religiosità, riappropriandosi della quale egli avrebbe potuto ricomporre la scissione che gli era stata imposta. E di aver restituito alla sua funzione quella Maria Maddalena alla quale i secoli precedenti si erano occupati di affibbiare il titolo di meretrice. Ora, bisogna sapere che prima che la schizofrenia irrompesse nella religione, le sacerdotesse erano ierodule, sacre prostitute. In altre parole, era grazie alla donna e solo attraverso di essa che il sacro poteva scendere nell'umano, e ciò attraverso l'atto sessuale. O, rovesciando, ogni atto sessuale consumato tra esseri consapevoli della funzione di esso, era sacro e conduceva all'esperienza estatica. Maria Maddalena può donare il sacro che è e conserva a chi le pare. (Travalico molto – qui – le intenzioni di Reich che trova che la monogamia sia il naturale comportamento sessuale del carattere genitale maturo; ma temo che la sua sia una forzatura dovuta alla cultura del suo tempo).

Letta così, la scoperta di Reich non poteva non condurlo allo studio della particolare essenza dell'energia "spirituale" che nell'orgasmo si evidenziava e cercava di raggiungere il suo fine, cioè la sua origine. L'uomo tornava ad avere a disposizione l'amore per vivere una parte assai rilevante della sua unità, cioè la sua spiritualità. L'amore sessuale poteva tornare ad essere preghiera.

Lo possiamo dire solo oggi, quando le nostre librerie traboccano di ricerche più o meno valide sul Graal e sulla religione Wicca, in risposta alle esigenze di marketing che vuole si produca ciò che il pubblico richiede: il pubblico richiede spiritualità, e non una spiritualità invivibile perché riservata ai morti, ma una cosa da toccare, sperimentare e soprattutto sentire, col proprio corpo. Gli uomini vogliono le donne, e le donne gli uomini: ognuno vuole l'esperienza dell'altra parte, senza più l'ipocrisia che il maschio debba cercare la femmina dentro di sé e viceversa. Maschio e femmina troveranno la loro identità sessuale (la loro funzione umana, in altre parole) mediante l'esperienza di ciò che essi non sono. Restituendo così all'altro/a l'interezza della sua funzione naturale.

Dicevo all'inizio che uno psicologo deve trovare la sua via a Reich. L'applicazione di un acting di vegetoterapia produce diversi effetti: permette il lento e progressivo scioglimento dei blocchi energetici, e permette però – prima – la presa di coscienza del blocco. Il che consente anche la scoperta dei motivi profondi – direi organici – che inducono una persona a comportarsi in un certo modo. Su questo si focalizza l'attenzione dello psicologo. Una paziente mi dice: "Adesso so che cosa è l'amore, ma non l'ho mai sperimentato". E' già moltissimo e non mi metterò a risponderle che – allora – non sa cos'è. Ci sono cose che ciascuno di noi conosce perché sono nella sua natura, ma che non abbiamo mai sperimentato perché la nostra natura non ce lo ha ancora permesso. Mutatis mutandis, io so chi sono ma non ho mai potuto essere ciò che sono. Solo a partire da questa consapevolezza si acquisisce la determinazione a diventare ciò che si è, il che è – che si voglia o no – un autentico cammino spirituale, in cui il piacere assume la dignità di strumento, cessando di essere – tragicamente – un fine. Quando dico a un paziente che inizia e che comprensibilmente ha il timore di incontrare zone oscure e dolorose del proprio essere, che il percorso è piacevole, non sto mentendo. Ciò che lo rende difficile, semmai, è la paura del piacere. Accade che, all'apparire di movimenti spontanei preorgastici, appaia contemporaneamente, come Reich aveva puntualmente verificato e annotato, l'angoscia; e che quelle vibrazioni tendenti alla liberazione dell'essere siano percepite come dolore. La preghiera nel piacere, l'offerta del piacere al divino cui ognuno di noi sente di appartenere, non è della nostra cultura. Noi offriamo dolore e se non soffriamo non abbiamo – pare – niente da offrire agli altri. L'amore di Cristo ci è stato presentato come un amore dolente e doloroso, accompagnato da un profondo senso di colpa: ebbene, quanti di noi possono dire di non aver mai vissuto una storia d'amore fondata su questi presupposti? Nessuno, credo. E pochi sono quelli che non lo hanno sempre fatto. Il messaggio di Reich è: l'amore è piacere, e lo Spirito è accessibile nel piacere. Che Reich sia d'accordo, o no.

Un percorso in vegetoterapia carattero-analitica ha un inizio e una fine. A differenza di altre metodologie, quella post-reichiana infatti è in grado di riconoscere i segnali somatopsichici che indicano come l'energia finalmente possa fluire libera all'interno di un organismo umano, fine ultimo della sua stessa applicazione. Si tratta di un percorso quindi molto simile a un tratto di strada, la cui lunghezza è certa, mentre incerto è il tempo che occorrerà per percorrerlo. Più di altri percorsi, quello post-reichiano, essendo indissolubilmente legato alla conoscenza dei propri movimenti energetici e alla corporeità, ha la potenzialità di condurre a utilizzare in modo cosciente e responsabile la potenza energetica che ognuno possiede – appunto – in potenza.

Più di altri percorsi, conduce a contattare la paura e ad attraversarla, vincendola mediante la fiducia riposta in quella potenza. Si tratta della progressiva conquista di se stessi e della conseguente acquisizione della libertà che è "libertà dal bisogno, libertà dalla paura". In questo senso, come Reich aveva invano cercato di dire, si tratta di illuminare il versante spirituale del pensiero marxista, (ponendo l'accento sugli aspetti del bisogno come dipendenza affettiva e della paura come paura della paura), piuttosto che su quello socio-politico-economico. Oggi, il pensiero reichiano, divenuto post-, si pone in questa chiave.

La centralità dell'esperienza sessuo-affettiva nella cultura reichiana conduce a diverse considerazioni sulle sue peculiarità e sulle sue potenzialità in quanto esperienza evolutiva:

  • le funzioni femminile e maschile, viste come complementari: sono complementari gli elementi che appaiono opposti, ma l'affermazione dell'uno dei quali conduce inevitabilmente all'affermazione dell'altro. Il principio di complementarietà esclude la possibilità di unificazione dei due principi in gioco;
  • l'attrazione polare (magnetica) che le due funzioni reciprocamente esercitano, stabilendo tra di loro – e così individuando – un campo di forza, energetico che sia possibile utilizzare;
  • il passaggio dalla attrazione subita o esercitata sull'altro/a (dipendenza, in entrambi i casi), a quello del funzionamento di questo campo le cui caratteristiche peculiari sono date dalla qualità individuale di ciascuno dei due poli;
  • la possibilità di individuare coscientemente e volutamente (libertà) il polo maschile o femminile con il quale stabilire una relazione energetica in funzione dell'effetto che si intende produrre sul "tutto";
  • e quindi il passaggio dal piano dell'Io a quello del Noi, dall'egoismo all'altruismo, dalla contrapposizione alla cooperazione, dal desiderio di conquistare a quello di mettersi a disposizione, infine dall'odio all'amore.

In altre parole, in quanto conoscere è esperire e davvero null'altro, ogni incontro sessuale diventa esperienza di sé e dell'altro, delle potenzialità energetiche di sé e dell'altro, acquisizione di rispetto di queste potenzialità e cura perché – in sé e nell'altro – esse si sviluppino armonicamente fino a divenire atto, possibilità di attuazione e dunque potenza in atto.

Tutto ciò è teoria. Ma contrariamente a quanto avviene nei percorsi scientifici nei quali si formula una teoria e poi si cerca sperimentalmente di comprovarla, qui accade che si teorizza – cioè si porta sul piano mentale – quello che si è sperimentato, cioè sentito (cfr. G. Giannini, "Elogio del sentire").

Una persona che inizi una percorso in vegetoterapia perché resa inquieta dalla sua costante necessità di cercare senza trovare una composizione affettiva dei suoi conflitti (cfr "Conflitti libidici e fantasie deliranti" di Reich, sul Peer Gynt di Ibsen), è delle sue esperienze di passione e di delusione che parlerà; vorrà cambiare, per costruire finalmente una relazione stabile e profondamente soddisfacente. Potrà trovare che il suo conflitto e la sua incessante quanto vana ricerca ha la funzione – tutt'altro che patologica – di farlo conoscere a se stesso e di fargli conoscere il mondo del femminile o del maschile cui questa persona si rivolge. Conoscerà se stesso e il mondo a sé complementare attraverso l'esperienza sensuale e sessuale, che è quella di una sensorialità che aspira e talvolta accede a mondi extrasensoriali, e tuttavia basati sulla corporeità. Imparerà che è grazie al proprio corpo, alle proprie sensazioni biologiche, che potrà comprendere come il corpo non sia che la parte più densa di una individualità molto più vasta.

Un percorso questo che passa attraverso l'esperienza dolorosa del piacere (piacere e dolore sono anch'essi complementari!). Ma che consente di ottenere esperienze piacevoli del dolore. Non in chiave masochistica – ben inteso -, ma in quella di intendere l'attraversamento del dolore come possibilità evolutiva, come mezzo per la conquista di se stessi. E si sa che la conquista di se stessi è l'unico vero grande piacere che c'è: l'alternanza polare dei complementari piacere-dolore è il percorso esperienziale da fare per accedervi. In alcuni ambiti culturali (cfr. J. Evola, "Metafisica del sesso"), l'esperienza orgastica viene chiamata col nome di piccola morte. Ciò ha a che vedere con la momentanea perdita della percezione dell'Io, ma inevitabilmente lega nell'immaginario amore e morte. Argomento sul quale si sono versati fiumi d'inchiostro e che ha dato la stura a diverse perversioni intellettuali (cioè a diverse disfunzioni energetiche cui si è voluta dare una dignità culturale).

L'esperienza del dolore – viceversa - è una esperienza vitale e vitalistica, in quanto è grazie ad essa che, in rispetto del principio di complementarietà, appare l'esperienza del piacere. Dal punto di vista del flusso energetico, nel percorso vegetoterapeutico si tratta di polarizzare il sistema energetico vivente sul piacere, quando il disagio avvertito consiste in una eccessiva polarizzazione sul dolore. I diversi blocchi energetici infatti impediscono la migrazione del flusso energetico da una polarità all'altra e ne impediscono l'alternanza, impedendo la pulsazione vitale.

Si assiste infatti a un taglio della comunicazione tra le due polarità a livello del diaframma: l'energia sessuale è impedita a fluire verso l'alto e – a livello del diaframma – viene respinta verso il basso creando un vortice senza capacità creative (impotenza orgastica); l'energia dei primi livelli (occhi, bocca), d'altra parte, impedita a sua volta a scorrere verso i genitali, risale verso l'alto e diventa pensiero pensato, eccessiva razionalizzazione. Occorre attivare il centro per eccellenza – il cuore, il livello toracico – per consentire l'integrazione tra i due flussi, avendo consentito il passaggio attraverso il diaframma. L'orgasmo nasce dal cuore.

Ma il vortice creato dall'energia sessuale respinta ha qualità particolari. Nella donna esso ha potere attrattivo nei confronti dell'uomo, e crea quel particolare tratto caratteriale isterico che, nell'uomo si trasforma in fallico (cfr. Reich, "Analisi del carattere"). Si tratta di caratterialità in cui ogni esperienza sessuale è cercata disperatamente, ma non produce mai l'abbandono (essendo il cuore tagliato fuori dall'esperienza stessa). Tuttavia l'attrazione esercitata sugli esponenti del sesso opposto determina una sorta di onnipotenza narcisistica nell'esercizio della quale si esaurisce l'esperienza del piacere sessuale: in termini di potere.

Naturalmente, la potenza è altra cosa: esperienza del cuore senza possesso. E se non si possiede l'altro, si può perderlo; se si accetta di poter perdere chi si ama, si è superata la paura di essere abbandonati. Libertà dal bisogno, libertà dalla paura.

 

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