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Istituto di SomatoPsicoEnergetica |
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La sindrome di Tantalo, tra patologia e
progetto evolutivo
L’Amore, il Lavoro e la Conoscenza sono i bisogni fondamentali di ogni vivente umano. Anche se con la parola “bisogno” ci si riferisce solitamente a quanto è necessario per la pura sopravvivenza, come il nutrimento e il contatto, questi tre concetti devono essere posti sullo stesso piano di necessità. La differenza tra bisogni primari e secondari è forse esclusivamente nel fatto che i primi appartengono alla fase intrauterina e infantile, mentre i secondi a quella genitale (pubertà ed età adulta), fino a tutto il compimento del nostro viaggio umano. Chiaro dunque che i bisogni secondari acquistino, soprattutto in una società occidentale dove quelli primari – tranne vergognose sacche – devono considerarsi risolti, assai più importanza almeno per la loro durata. Ciò che colpisce è che sempre più si riscontra una difficoltà al soddisfacimento di tali bisogni, probabilmente dovuta al mutamento delle condizioni sociali e all’imperante logica del profitto, ove con profitto si intende non solo il materiale guadagno economico, ma di più il raggiungimento di una condizione di potere atta a produrre denaro. Potere significa, alla fine, prevaricazione e comunque scarsa attenzione alle necessità altrui e alla possibilità di recar danno. Chiunque raggiunga nel campo dell’amore, del lavoro, della conoscenza una condizione soddisfacente, sente la minaccia che questo possa venirgli sottratto o che, semplicemente, possa venir perduto. Ho chiamata quella che descriverò qui, "la sindrome di Tantalo", con riferimento al personaggio mitologico sottoposto all'omonimo supplizio. Per chi non ricordasse la storia, nell'Odissea (XI 582-92) Odisseo lo incontra negli Inferi: “Vidi Tantalo, che pene gravose soffriva ritto dentro uno stagno: l'acqua lambiva il suo mento. Pareva sempre assetato e non poteva attingere e bere: ogni volta che, bramoso di bere, quel vecchio si curvava, l'acqua risucchiata spariva, la nera terra appariva ai suoi piedi. Un dèmone la prosciugava. Alberi dall'alto fogliame gli spargevano frutti sul capo, peri e granati e meli con splendidi frutti, fichi dolcissimi e piante rigogliose d'ulivo: ma appena il vecchio tendeva le mani a sfiorarli, il vento glieli lanciava alle nuvole ombrose”. E' un complesso di disturbi che riscontro con notevole frequenza, sia nelle persone che aiuto, che in altre. La sindrome di Tantalo è caratterizzata, sul piano anamnestico, da un allattamento soddisfacente per quantità, ma eccessivamente protratto o prematuramente interrotto (mi chiedo se la relazione problematica non sia piuttosto con lo svezzamento). E' evidente il blocco dei livelli oculare ed orale. La persona tende a "pre-vedere" ed ha grandi capacità progettuali, ma se sa "guardare avanti", non sa "guardarsi intorno". La bocca "tende verso" l'oggetto desiderato, con notevole tensione del collo e del diaframma. Sul piano psicologico il vissuto è duplice. La spinta iniziale è sempre quella della mancanza di qualcosa che è considerata fondamentale per la vita; si tratta dunque di un bisogno (anche se solo nel vissuto della persona). Si stabilisce dunque una tensione verso l'oggetto desiderato che, grazie alla grande capacità di organizzare, pianificare e infine pre-vedere, di solito conduce alla realizzazione. Questa fase è vissuta con ansia alternata a cadute depressive ("vuoto nella pancia"). Dopo la realizzazione, il vissuto diventa quello della paura della perdita di quanto realizzato (la frase tipica "mi pare troppo bello per essere vero") e la persona si aspetta continuamente che, come accadeva a Tantalo, l'oggetto, del suo desiderio prima e della sua soddisfazione attuale, si dimostri illusorio. Paradossalmente la realizzazione rende inutile la tensione "verso" e di conseguenza induce a un uso della propria energia disponibile per così dire orizzontale, centrifuga, espansiva che l'individuo non conosce e che lo rende instabile (guardarsi intorno) - la persona si sente - ma non lo è - "priva di energia"; diversamente dalla fase progettuale in cui l'energia è indirizzata in senso lineare verso l'obiettivo (guardare avanti) che è la modalità caratteriale più congeniale alla persona, e che ha contenuti paranoidi rispetto al "pericolo di illudersi". Il tratto masochistico è evidente nella fase progettuale, in cui è sempre presente in forma latente (che quando si slatentizza produce la condizione depressiva) il sentimento che quanto sarà realizzato è illusorio. Ci proponiamo di osservare questo tratto caratteriale al di là della sua patologia, per vederne gli aspetti creativi. Il peccato di Tantalo ricorda la storia di Abramo ed Isacco: “Egli infatti uccise il proprio unico figlio maschio, Pelope, facendolo a pezzi, cucinandolo e servendolo in un banchetto agli dei che con orrore capirono subito di quale natura fosse quella misteriosa pietanza: essi resuscitarono quindi Pelope e punirono Tantalo con quello che sarebbe divenuto il "supplizio di Tantalo". In Genesi, 22 si dice: “Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: "Abramo, Abramo!". Rispose: "Eccomi!". Riprese: "Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò". Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Allora Abramo disse ai suoi servi: "Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi". Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: "Padre mio!". Rispose: "Eccomi, figlio mio". Riprese: "Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?". Abramo rispose: "Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!". Proseguirono tutt’e due insieme; così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio.” La storia biblica, rispetto a quella di Tantalo, ha però un diverso epilogo: “Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: "Abramo, Abramo!". Rispose: "Eccomi!". L’angelo disse: "Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio". Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Abramo chiamò quel luogo: "Il Signore provvede", perciò oggi si dice: "Sul monte il Signore provvede". L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: "Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce". Di fatto, Pelope, come Isacco, vive. Entrambi grazie all’intervento divino. Come la spada sul capo di Damocle, su quella di Tantalo “un enorme masso incombe […] minacciandolo di schiacciargli il cranio a ogni momento, facendolo così vivere in una condizione di perenne terrore.” La richiesta di sacrificare il proprio figlio è la richiesta di sacrificare il proprio Io, come con sfolgorante lucidità dice Ilhamallah Ferrero Pallavicini, una donna italiana convertitasi all'Islam, che così risponde a una domanda sul significato del velo sul volto delle donne nell’Islam: “È un simbolo con cui la donna esprime la propria vocazione religiosa. È un velo di discrezione per abbandonare le proprie caratteristiche individuali e ritornare a Dio, senza però annullare la propria identità. È un sacrificio, lo stesso che fece Abramo quando Dio gli chiese di sacrificare il proprio figlio.” L’aver toccato l’aspetto religioso della “sindrome di Tantalo” non è casuale. Quando lungo un percorso di crescita si superano gli aspetti nevrotici dell’aspirare verso qualcosa di irraggiungibile, intesi come fuga dalla responsabilità, e pur tuttavia l’anelito a qualcosa d’altro permane, la domanda che occorre porsi è quale sia l’origine profonda di questa spinta. Il racconto che stiamo facendo è quello di un percorso di escorting reale di una giovane donna. Partita da una condizione di assenza totale di quanto le abbisognava (amore, lavoro e conoscenza di se stessa) ed avendolo trovato in breve tempo in completa corrispondenza ai suoi desideri più elevati, questa persona attraversa prima una condizione di paura della perdita di quanto raggiunto e poi una consapevolezza per la quale, contrariamente a quanto i suoi meccanismi nevrotici avevano fatto fino ad allora, non svaluta più quanto ha raggiunto – che invece le appare come un bene prezioso – ma lo trova acquisito e con la possibilità che divenga tanto stabile (eppure la sua richiesta era che potesse diventarlo) da divenire statico. La paura diviene quella della stasi. Impossibile pensare che questa paura non sia sana, in chiave energetica. E allora? La sua inquietudine esiste, ed è cosa dalla quale desidera liberarsi. Ma, sanamente, la liberazione non passa più per la distruzione. Occorre trovare la chiave “costruttiva” per restituire vitalità alle risorse che ha acquisite. “Per rinnovare le mie energie, distruggevo e ricostruivo; rimanevo costantemente ad un livello energetico medio-basso. Ora so conservare – sono una donna! – e sono ricca. Che fare della mia ricchezza?” Questa sembra essere la considerazione di questa persona. Ci permettiamo qualche riflessione: il rito della distruzione-ricostruzione (fare a pezzi e ricomporre) è il mito di Osiride. Il corpo ricomposto di Osiride (ricomposto dalla sposa-sorella Iside) è però privo degli organi genitali, cioè quanto viene ri-costruito cessa di avere la possibilità di riprodursi, dunque quella creativa del rinnovamento. Tutto ciò che è mito è conoscenza ancestrale e dunque si colloca al di là dei percorsi meramente intrapersonali; in altre parole, l’interpretazione di certi aneliti deve attingere alla filogenesi, e non più al meccanismo difensivo ontogenetico. Iside trova la sua strada, che è quella di creare un fallo posticcio per il suo sposo, con il quale si autofeconda e dà la vita ad Horus, il falco, quello che “vola alto” e “vede lontano”. Come questo si attagli alla situazione descritta sopra, è evidente. Per questa persona è necessario trovare un seme che fecondi il terreno (ciò che possiede interiormente) per dar vita a un progetto alto e lungimirante: il progetto di rinascita di se stessa e di proiezione verso traguardi mai prima osati. Quando diciamo che dobbiamo riferirci all’evoluzione filogenetica per comprendere, ci riallacciamo con questo al senso della religiosità che riteniamo profondamente radicato nel nucleo energetico di ogni individuo umano. Con la parola "religiosità” intendiamo il desiderio di ricongiungimento al mare cosmico dal quale proveniamo, non più però in modo informe, ma in modo individuato. Ci riferiamo al sogno di poter essere totalmente se stessi, pur liberati dagli aspetti materici. In questo senso, l’Io che corrisponde alla nostra corporeità dovrebbe essere sostituito da un Io puramente energetico. Ripetiamo, sogno ancestrale. Non importa che questo sogno possa essere irrealizzabile (che ne sappiamo?); importa che l’obiettivo in esso contenuto sia perseguito, sia la nostra Stella del Nord, la stella di riferimento. Rifacciamo la lettura alla luce di quanto detto: Abramo deve sacrificare il figlio, cioè il proprio Io corporeo; ma questo gli viene risparmiato – ovvero gli si consente di conservare l’Io oltre il corporeo. Questo Io è il frutto della ri-vitalizzazione (morte e rinascita, simbolica per Isacco, reale per il figlio di Tantalo, Pelope, dato comunque – guarda caso – in pasto agli dei e, - guarda caso – tagliato a pezzi). L’Io spirituale che, nella simbologia islamica, come dice Ilhamallah, è l’Io ri-velato. Nel mito greco, l’aver sacrificato l’Io per darlo in pasto agli dei, viene severamente punito; nel racconto biblico, l’intenzione di farlo viene premiata. Il supplizio di Tantalo è dunque il risultato di una rinuncia. Chi persegue una identità al di là della propria identificazione corporea, è destinato a non realizzare o a perdere quanto realizza; cioè a dovere considerare ogni realizzazione “terrena” come un passaggio coscienziale verso la sua meta reale, e nulla di più. E insieme a vivere “con un macigno pendente sulla testa”, quindi in costante pericolo, oppure – meglio - con la consapevolezza costante che qualcosa di molto pesante (ad esempio, una responsabilità) incombe costantemente su di lui. Il gesto di Tantalo è un gesto autonomo, una scelta individuale vòlta, forse presuntuosamente, ad avvicinarsi a una condizione divina (da qui la versione che assimila il gesto di Tantalo a quello di Promèteo, e anzi gli attribuisce la stessa volontà di rubare la conoscenza divina per donarla agli uomini). Quello di Abramo è invece un gesto d’ubbidienza e di abbandono a una volontà superiore, per cui non necessita di attuazione (è sufficiente l’intenzione) né di espiazione. Tuttavia, la vita di Abramo al servizio di Dio, è esperienzialmente vissuta allo stesso modo di Tantalo: tutto ciò che egli realizza è il prodotto di una responsabilità che gli incombe sul capo e non gli appartiene mai personalmente. Dunque: qual è il premio? Il premio è il supplizio! Nel senso che il supplizio è il mezzo per raggiungere l’autoidentificazione energetica, è il prodotto della propria aspirazione ad essa, e tale mezzo viene concesso, o donato, o inflitto (a seconda di assumere un punto di vista edonistico o masochistico). Due aspetti vanno chiariti: il dono da chi proviene? E poi: non è questa la glorificazione del masochismo? Alla prima domanda rispondiamo: Naturalmente, da nessuno se non se stessi. Si tratta di barattare un obiettivo di vita socialmente gratificante, con un obiettivo di vita funzionalmente utile. Poiché, a nostra avviso, la scelta di perseguire la via dell’autorealizzazione, dell’Ipse, deve essere inserita nel progetto evolutivo cui apparteniamo e l’essersi messi al servizio di tale progetto evolutivo è insieme un atto di libertà individuale, e di coscienza di una appartenenza all’umanità, all’evoluzione della quale si sceglie di partecipare consapevolmente; dunque un atto di responsabilità. Alla seconda: Il masochismo è la necessità di contenere pulsioni incontrollabili, fino al bisogno di esplodere per non venirne distrutti. La scelta di perseguire lo scopo dell’Ipse non ha nulla a che vedere con pressioni esplosive, ma si riferisce invece alla probabilità (non necessità) responsabilmente accettata di dovere attraversare condizioni difficili. D’altronde, per citare doverosamente Reich, il Gesù da lui rappresentato come Essere Genitale, finisce in croce, non avendo rinunciato, per impossibilità più che per eroismo, al suo essere ciò che è. Dunque neanche l’eroismo masochistico qui c’entra: ma solo l’impossibilità di agire una personalità corazzata (un carattere) capace di adeguarsi al mondo sociale, dal momento che la corazzatura ha ceduto il campo alla fiducia abbandonica nel progetto. Concludiamo con una riflessione: molti tratti caratteriali che possono essere visti, ad un certo livello, come corazzatura possono, ad un altro livello, rivelarsi come strumenti di genitalizzazione e oltre. I nostri limiti diventano così le nostre possibilità, i nostri “difetti” diventano le nostre potenzialità. E noi riteniamo, sperando con questo di suscitare una riflessione, che l’analisi del carattere debba oggi essere rivisitata alla luce di nuovi obiettivi di crescita per l’essere umano.
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